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Radicali, dal banchetto allo Spid: la storica svolta «digitale» del referendum

Byninja

Jul 21, 2021

Quanto inchiostro e quanta carta ma soprattutto quali energie hanno investito nel tempo i Radicali nella raccolta delle firme per i loro referendum. Secondo un calcolo inevitabilmente approssimativo hanno messo insieme almeno 20 milioni di sottoscrizioni per sostenere i loro quesiti: una quarantina, senza considerare le raccolte fallite e l’ultima iniziativa in corso sulla giustizia con la Lega di Matteo Salvini. Tutti autografi cartacei: «Per la raccolta delle firme devono essere usati fogli di dimensioni uguali a quelli della carta bollata ciascuno dei quali deve contenere all’inizio di ogni facciata, a stampa o con stampigliatura, la dichiarazione della richiesta del referendum» prescriveva finora la legge. «Norme mediavali» denunciavano da tempo i radicali con procedure di autentica e certificazione delle firme vecchie di mezzo secolo.

Dal banchetto allo Spid

Ora, invece, tutto cambia. E non per merito della forza più consistente in Parlamento che pure si ispira al padre della democrazia diretta Jean-Jacques Rousseau (il Movimento 5 Stelle che comunque ha sostenuto l’iniziativa) ma per l’ostinazione di un esponente radicale, Riccardo Magi. Ancora loro. È stato grazie a un suo emendamento che nel giro di una notte d’estate – il 20 luglio 2021 – l’istituto referendario si è sintonizzato sui tempi moderni: d’ora in poi sarà possibile firmare anche online. Dal banchetto allo Spid, dunque. E la quota delle 500mila firme diventa più facile da raggiungere. Quasi ovvio che a inaugurare la nuova raccolta sia stata l’associazione Luca Coscioni, uno dei satelliti della galassia radicale, al lavoro su un tema come l’eutanasia, estrema applicazione della battaglia sui diritti civili intrapresa dal leader storico Marco Pannella.

Le prove (fallite) dei grandi partiti

Ma in una democrazia rinata sotto il segno del referendum (con la consultazione per scegliere tra monarchia e repubblica), la storia dell’istituto non è solo una vicenda radicale. Anzi, ad approfittare per primi di una legge che attivava con 32 anni di ritardo (1970) quanto previsto dalla Costituzione fu la Democrazia cristiana, vale a dire il partito che aveva governato il Paese fino ad allora. Il referendum per cancellare la legge sul divorzio (maggio 1974) fu promosso dal segretario della Dc Amintore Fanfani con il sostegno dell’Azione cattolica e l’appoggio della Cei (ma a richiederlo non fu Paolo VI, come raccontato anni più tardi da Giulio Andreotti). Finì male.

Ed è significativo che quando adoperò lo strumento referendario uscì sconfitto anche l’altro grande partito della Prima Repubblica italiana: accadde al Pci un decennio dopo con il tentativo fallito di abolizione della norma sulla scala mobile (giugno 1985).

Le battaglie radicali e l’eccesso referendario

«Fuori dal Palazzo», nella mobilitazione capillare che diventava di massa, a lungo i più forti sono stati loro, i Radicali. In strada, più che nella grande piazza. Tra aule parlamentari (dove pure hanno cominciato a esserci dalla fine degli anni ’70), sede di partito (via di Torre Argentina 76 non è mai diventa un indirizzo simbolico come Piazza del Gesù o via Botteghe oscure che pure sono lì vicino) e tribune televisive (dove hanno sempre lamentato l’esclusione) i radicali hanno privilegiato i banchetti mostrando le potenzialità dello strumento referendario sfruttato poi da altri. Fino, secondo molti, all’abuso. Lo dimostrano i 67 referendum abrogativi celebrati finora (e altri sono in arrivo). Quattro volte su dieci il quorum della maggioranza degli aventi non è stato raggiunto. In quello fallito del 2009 sulla legge elettorale (promosso da Mario Segni e Giovanni Guzzetta che tentarono di replicare il successo degli anni ’90) addirittura Pannella si “scordò” di andare a votare. O almeno così disse. E quattro anni più tardi i radicali non riuscirono a mettere insieme le sottoscrizioni ai sei referendum sulla giustizia proposti con l’apporto dell’allora Pdl.

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