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Giorgetti: «Sul pacchetto clima difenderemo l’industria. Crisi? Modello da rifare»

Byninja

May 21, 2021

Nell’ufficio al primo piano dello storico palazzo Piacentini un dipinto futurista di Depero sembra descrivere ante litteram la velocità del cambiamento industriale di questi anni. Il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, che siede a pochi passi, e di questa trasformazione deve gestire oneri e delineare potenziali vantaggi, ne parla fuori da slogan fintamente rassicuranti. Intervallato da qualche telefonata sulle urgenze politiche di questi giorni, Giorgetti osserva innanzitutto che la ripartenza economica è in atto.

Certo nei prossimi mesi, a livello internazionale, bisognerà prestare massima attenzione a possibili tensioni inflazionistiche e conseguenti dinamiche sui tassi ma un buon sentiero è tracciato e c’è spazio per dedicarsi alla gestione della transizione industriale verso gli obiettivi di decarbonizzazione e verso una più piena digitalizzazione.

La posizione del governo nei confronti del pacchetto “Fit for 55” presentato dalla Commissione europea su ambiente e clima è apparsa subito di retroguardia agli occhi degli ambientalisti. «Parliamo di un paese ad alta vocazione industriale e con caratteristiche manifatturiere praticamente uniche – replica Giorgetti -. Saremo molto fermi su questo punto, non possiamo tollerare la replica di quanto accaduto con le linee guida sulla plastica monouso. La specificità dell’industria manifatturiera italiana, che rischia di essere la più esposta alle misure proposte, è un dato che non si può eludere. Chiediamo un’analisi di impatto prima di fare scelte penalizzanti». Il governo conosce bene le istanze dei settori energivori e “hard to abate” così come i rischi che un percorso a tappe eccessivamente forzate verso nuove frontiere tecnologiche, come l’idrogeno, crei distanze troppo ampie con i grandi competitor industriali come Germania e Francia.

L’automotive e soprattutto la filiera della componentistica italiana, dove si sono già palesati primi temuti licenziamenti, sono un fronte particolarmente esposto e la sensazione è che il dialogo con Stellantis, dopo aver ottenuto l’investimento per una gigafactory di batterie per le auto elettriche in Italia, sia destinato a proseguire in modo costante.

Se poi si cercasse un’immagine plastica per raffigurare il riposizionamento ecologico forse niente sarebbe più appropriato degli altiforni tarantini dell’ex Ilva. Vista da fuori l’impressione è che quella con ArcelorMittal sia una tregua più che una pace duratura. Per fine agosto, dice il ministro, il governo chiarirà il piano per spendere le risorse del Recovery plan (Pnrr) e del Just transition fund, una dote che sommando varie linee di intervento può superare i 3 miliardi. Il punto è che il partner privato, ArcelorMittal, deve a sua volta chiarire quanto punti davvero sulla produzione di acciaio in Italia nel lungo periodo, anche oltre questa fase congiunturale baciata dai prezzi alti.

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