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Dalla Merkel a Putin, a cosa punta l’interventismo di Draghi sull’Afghanistan?

Byninja

Jan 21, 2021

La data non è stata ancora fissata ma è assai probabile che il G20 straordinario sulla crisi afghana presieduto dall’Italia si terrà a Roma la prima metà di settembre. Un vertice che fin dal giorno della presa di Kabul Mario Draghi ha individuato come il “tavolo del confronto” attorno al quale saranno seduti tutti i protagonisti della difficile partita sull’Afghanistan: dalla Russia alla Cina, dalla Turchia all’Arabia Saudita oltre ovviamente a Stati Uniti ed Europa.

I colloqui con Merkel, Macron, Johnson e Putin

In ballo c’è il destino dei profughi e quindi della gestione dei flussi migratori ma anche la sicurezza per chi non può scappare e per le possibili infiltrazioni terroristiche in occidente. Impossibile al momento prevedere quale possa essere l’esito del confronto. I colloqui avuti con Angela Merkel e Emmanuel Macron così come Boris Johnson sono serviti a mettere a punto una prima scaletta dell’ordine del giorno. Quello con Vladimir Putin, invece, a saggiare la disponibilità della Russia a trovare una soluzione comune e il sì al vertice straordinario va letto come un primo passo.

Per Draghi un ruolo sempre più centrale in Europa

Quel che però già oggi appare evidente è il ruolo centrale assunto dal premier italiano nel tessere la tela. Non è solo per la presidenza del G20. Fin dal suo arrivo a Palazzo Chigi, sei mesi fa, Draghi ha sempre lavorato guardando oltre i confini nazionali, allargando il raggio d’azione e muovendosi in prima persona, forte di una credibilità e di un rispetto maturato ben prima della sua nomina a capo del Governo. Lo si è visto anche in occasione dell’emergenza Covid. E’ stato il presidente del Consiglio italiano a muoversi per l’Europa, d’intesa con Ursula Von der Leyen, per ottenere maggiori garanzie sulle forniture di vaccini dalle cosidette big pharma.

Il premier e la richiesta di rispetto per l’Italia sul recovery

E ancora di più sul via libera al Recovery italiano con quel “ora basta, ci vuole rispetto per l’Italia” in risposta a chi da Bruxelles nutriva forti dubbi sulle riforme inserite nel Pnrr. A rendere però sempre più centrale la figura di Draghi è anche il contesto. Brexit a parte, tra poco più di un mese Angela Merkel uscirà di scena e al momento non si intravedono figure altrettanto autorevoli in grado di sostituirla. L’altalena dei sondaggi sulle performance dei principali partiti tedeschi, a partire proprio dalla Cdu della cancelliera data in caduta e con i socialisti a un passo, lo conferma. Anche Emmanuel Macron non se la passa affatto bene. A meno di un anno dalle elezioni presidenziali, il Capo dell’Eliseo ha subito diverse sconfitte elettorali e c’è perfino chi dubita che si ricandidi se la conferma fosse ritenuta improbabile.

La debolezza di Francia e Germania rende possibile un maggior protagonismo dell’Italia

Questa oggettiva debolezza di leadership di Germania e Francia inevitabilente rende possibile un maggior protagonismo italiano, a patto che sia in grado di esercitarlo. Draghi lo sa bene e infatti in più occasioni ha ripetuto che il futuro dell’Europa dipende proprio dall’Italia. Il premier si riferiva alla capacità di mettere a frutto il Recovery, a partire dalle riforme per convincere i partner a proseguire sul percorso dell’integrazione. Anche sul fronte della politica internazionale la credibilità è un asset indispensabile. Una precondizione per farsi ascoltare. Non è poco, almeno per l’Italia.

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